sabato 8 dicembre 2012

John Lennon. Secondo me.



Oggi ricorrono un sacco di ricorrenze. Per i Cristiani è festa. 
Per i Beatlesiani è lutto.
32 anni fa un emerito coglione (che leggeva libri pallosi) ha deciso che invece di darsi all’onanismo sfrenato, era il caso di privare il mondo di uno dei pochi Artisti in grado di incidere sulle coscienze umane. Così, per colpa di un emerito imbecille l’8 dicembre 1980 la razza umana si priva di uno dei suoi pochi rappresentanti degni. Di quelli che ti fanno dire: “sì, sono fiero di essere umano”.
32 anni fa moriva John Lennon.

I Beatles sono il mio gruppo preferito. Su questa mia passione sicuramente ci ritornerò, ma non sarà questo il pezzo in cui vi spiego tutto. Pertanto prendetelo come assunto e andiamo oltre. Ciò che vi occorre sapere è che non solo da un paio d’anni ascolto quasi ed esclusivamente la loro discografia, ma ho letto e sto leggendo molto su di loro.

Pertanto questo pezzo non vuole essere banale, e vi racconta il John Lennon secondo me. Secondo quello che ho capito io. Dalle sue canzoni, dai film a lui dedicati, e dai libri sui Beatles letti. Essendo nato 4 anni dopo la morte di John Lennon, non ho di certo esperienza diretta. Pertanto questa è la mia idea che mi sono fatto di Lennon. Potrebbe non corrispondere a quello che era veramente John (io lo chiamo così, senza il cognome, come pure Paul, George e Ringo), ma è quello che ne ho capito io.



Per la maggior parte delle persone John è quello di “Imagine All the people, Living for today...” che è sicuramente uno degli aspetti dell’anima di John. E forse è il più ricordato perché era l’ultimo Lennon, ovvero la summa di quello che era diventato dopo 40 anni di vita.

Ma per me John è un’altra cosa.

Tante altre cose.

John è un ragazzo dall’umorismo pungente, tagliente, a volte imbarazzante.

John è un ragazzo che si domanda "Perché non sono nato Elvis Presley?"

John è un ragazzo che vuole la leadership del suo gruppo, ma non può permettersi di farsi scappare il ragazzo di talento di nome Paul che quasi sicuramente gliela toglierà.

John è il ragazzo che dopo essere diventato famoso regalò a sua zia una targa con incise le parole da essa stessa pronunciate: “La chitarra va bene, John, ma non ti darà certo di che vivere”.

John è un ragazzo che odia portare gli occhiali, e verrà iconicamente ricordato da quelli.

John ha scritto le miei canzoni preferite.

John è punk ancora prima, e ancora meglio, del punk stesso.

John è quello che si risveglia dal torpore solo quando Paul lo fa sentire un gregario.

John è colui che disse che i Beatles erano ormai più famosi di Gesù. E per questo fu “crocifisso”.

John, a dirla tutta, era anche uno stronzo. Ma aveva il talento di permettersi anche questo.
John era così innamorato di Yoko da lasciare la sua anima gemella… Paul.

John è l’unica persona che mi fa domandare. E se fosse ancora vivo? Sarebbe riuscito a smuovere gli animi delle persone in questo periodo di merda?

John è un uomo complesso, umorale, sensibile, lunatico. Come me.

John è l’uomo di Novunque, Seduto in una terra di Novunque.

 

  


mercoledì 5 dicembre 2012

Io e i Videogiochi - PARTE II



Sommario
Parte I

Parte II - L'adolescenza e oltre
Sottotitolo: Non avrai altre console al di fuori di Mamma Nintendo.

I Want You for Nintendo Army.
Prima di passare alla lunga parte dedicata ai videogiochi per Personal Computer, direi che è giusto concludere il discorso console, almeno per quanto riguarda gli anni dal 1997 al 2011. Ovvero il periodo in cui ho videogiocato praticamente solo tramite PC (escluse qualche sortite a casa di amici che avevano console, comunque rare, e le ultime peregrinazioni nelle sparute sale giochi, per dare l’estremo saluto agli amati COIN OP).

Questo pezzo completa il discorso “Io e i Videogiochi” per quanto riguarda le Console, ovvero un grosso exursus delle mie esperienze videoludiche, ma non vuol dire che non tornerò mai più sull’argomento, anzi…


CAPITOLO I – La storica rivale di Nintendo: SEGA.
Quindi, ricapitolando dalla volta scorsa: come console fui fiero possessore di Game Boy, Nintendo (Entertainment System) e Super Nintendo. All’epoca (della mia infanzia) le altre console conosciute erano tutte marcate SEGA (azienda che andrebbe stimata, inteso: “Hai tutta la mia stima”, anche solo per il coraggio dimostrato nel mantenere il suo nome anche in territorio italico) e si ricordano il Sega Master System, il Sega Mega Drive e la console portatile Game Gear che aveva il vanto di essere a colori (mentre il “Nostro” Game Boy no), e ci veniva spacciata con la figata che si poteva anche guardare la televisione. E noi poveri bambini nati negli anni 80 già ci si immaginava cose rivoluzionare alla Bart Simpsons, tipo riuscire a vedere la televisione mentre si era a scuola. 

Sega Master System.
Sega Mega Drive.
  
Il Game Gear e l'accrocchio per la fantomatica televione.
 
Sega non attecchì per nulla nei nostri cuori e, soprattutto, nelle nostre case. Il quartiere (perché all’epoca si ragionava per quartieri) rimase sotto l’ala calda e premurosa di mamma N. Nessuno aveva console Sega, e viste le dure leggi di mercato (ti compro quel videogioco solo se ce lo hanno anche i tuoi amici, così vi scambiate i giochi) nessuno poteva azzardare a richiederne una. I pochi possessori erano da considerare dei folli alieni, gente alternativa, o semplicemente ragazze. 
Le proposte Sega non ci interessavano. Diciamo che mamma N aveva fatto il suo bel lavoro, e a parte la cosa della televisione in classe, il resto non era così conosciuto e noto da mandare lettere minatorie a Santa Lucia (vedi sempre prima parte) per avere un Game Gear o un Master System. Che poi non avevano nemmeno Mario o Street Fighter, roba da sfigati puri.
I pochi approcci con queste console si potevano avere solo nei negozi di giocattoli (quelli più grandi, o più coraggiosi, che invece di esporre un Nintendo o un Super Nintendo, giocavano d’azzardo provando a spacciare questo console meno gettonate) e a casa di qualche amico che, ovviamente, non abitava nel nostro quartiere. Tipo quando andavi a trovare gli zii in campagna.

L’unico gioco che noi figli di mamma N un po’ invidiavamo ai pezzenti che sceglievano Sega (sì, all’epoca si era spietati, e o si era con noi, o contro di noi) era Sonic the Hedgehog. E come per Super Mario, non c’è bisogno di aggiungere molto altro (o almeno non in questo post, che sennò si andrebbe fin troppo lunghi).



Preparandomi per questo pezzo, mi è tornato alla mente che Sega aveva anche prodotto il Sega Saturn ma di questo, nel nostro quartiere, non c’è mai stata traccia…

Il Sega Saturn... questo sconosciuto.
Sega prima di chinare il capo a Mamma N e venire da essa annessa (come si faceva ai tempi dell’Impero Romano) diede alla luce il suo canto del cigno: Il Dreamcast.
Fu l’unica console Sega che arrivò nel nostro quartiere (la comprò il mio amico Giulio) e l’unica Console Sega che si fece un po’ desiderare. Il motivo fu semplice: aveva in esclusiva Virtua Striker 2 e Virtua Tennis, i due giochi più ambiti nelle sala giochi italiane in quel periodo (l’ultimo periodo glorioso dei Coin OP). Virtua Striker 2 fu anche IL gioco di una mia estate (probabilmente quella del ’98). Nell’estate del ’98, il calcio, complice la concomitanza dei mondiali in Francia, era l’attività di principale interesse nella vita di tutti i ragazzi del mio quartiere (e forse anche di molti altri quartieri). Soprattutto per quelli della mia età e quelli di uno o due anni in meno. Eravamo ancora imberbi (si era in terza media) per andare con le ragazze (all’epoca si era ancora dei gentiluomini) e non si andava ancora ai pub e in discoteca (e sulle discoteche io non ci andai mai, per scelta rockeggiante di vita). Così si parlava e si giocava, e si videogiocava quasi solo esclusivamente di calcio. 
Prima del '98, tra l'altro, il calcio mi piaceva solo giocato. Al campetto. Non ero tifoso di nessuna squadra e non mi interessavo proprio. Poi, per una serie di motivi di cui magari un giorno ne tiro fuori un pezzo per il blogghe (che alla fine è una storia interessante) diventai tifoso di una squadra e appassionato di calcio proprio nel '98. Quindi ero proprio preso male. Inoltre c’era stato un videogioco che aveva portata “il Calcio” in tutti noi, ma di questo parleremo in altri pezzi. 

Sega DreamCast. Da notare che il Joypad aveva uno spazio per uno piccolo schermo che poteva riprodurre informazioni inerenti al gioco, anni e anni prima del paddone per Wii U.

Tornando a Virtua Striker 2 c’era di dire che questo era potentissimo, avvincente, difficile ma allo stesso tempo in grado di garantire 2/3 partire prima di perdere e dover inserire un altro gettone. Al nostro quartiere arrivò dalla latteria “dalla Mary” (non al bar dove c'erano tre cabinati) e lì si andava le mattine a giocare, mangiare le pizzette buone e bere l’estathé o la Ben Cola (che la Coca Cola era troppo Mainstream). Al pomeriggio si tornava sempre in zona, ma visto che il gruppetto di amici (e bazzicatori del quartiere, che non eravamo davvero mica tutti amici) si allargava, e la latteria veniva occupata dai ragazzi più grandi, si giocava al calcio vero al campetto della chiesa.
Ad ogni modo, possedere Virtua Striker 2 (o le edizioni successive) a casa era motivo di invidia e venerazione.
E in questo modo, facendoci annusare quello che potevamo avere se l'avessimo seguita con più fervore, Sega ci lasciò, con il suo bel funerale vichingo.
Virtua Striker 2.
Virtua Tennis


CAPITOLO II – L’avvento della messianica Playstation
Nonostante i suoi pregevoli sforzi, Sega non riuscì a reggere la rivalità con Nintendo, che rimase sul ring in attesa di nuovi sfidanti. Sfidanti che non tardarono ad arrivare, anzi, giunsero ancora prima del K.O. finale a Sega. Sul ring era scesa un’altra grande S: la Sony.
Nel 1994 la Sony presentò al mondo una “cosuccia” chiamata: Playstation.
Essendo questo un exursus sul mio rapporto con i videogiochi (e non un trattato sull’influenza delle varie console sulla nostra generazione) troncherò in fretta l’argomento, perché, semplicemente, io e il mondo Playstation non ci siamo mai incontrati.

Playstatione - Rinominata in seguito PS1

Ricordo di non aver mai desiderato avere una Playstation.
Potrei ricondurre questo mio disinteresse per i seguenti motivi:

1) Avevo (e ho) una N marchiata a fuoco nel cuore. È come una squadra del cuore, come una fidanzata, come un genere musicale quando sei adolescente, insomma, non si tradisce con le prime zozze che capitano a tiro.

2) Ho questa cosa nel subconscio che non mi fa amare le cose amate da tutti o da tanti. Quando è troppo amata, mi vien da fare il bastian contrario, è più forte di me. Tutti impazzivano per la Playstation? È questa la console che tutti dovremmo avere? Bene, io sarei rimasto col mio PC.

Ora dopo le prime due scuse un po’ cazzare, ecco forse le più “concrete”:

3) La Playstation uscì nel periodo in cui stavano arrivando i primi PC, e questo influì molto sulla mia decisione. Insomma, volevo un PC, non una Playstation.

4) Nessuno dei miei amici aveva una Playstation, le antiche e ferree leggi dell’ostaggio e del videonoleggio non erano più così tanto in voga, ma il passaparola era un forte deterrente. Se nessuno aveva una Playstation, forse voleva dire che non c’era bisogno di averla.

PS2.

5) Potrebbe avere influito una questione economica, ma molto probabilmente avvenne nel subconscio. Insomma, non avevo particolare interesse per Playstation, e forse già da solo la reputai una spesa inutile da non presentare ai miei genitori, già avevo un PC (e lo avrei dovuto pure cambiare, e se c’era una spesa da fare, era sicuramente per prendere il PC nuovo).

6) Come al solito, per ogni scelta di un mio sistema di gioco, credo che la differenza l’abbiano fatta i giochi. Non godendo delle esclusive di Nintendo, la Playstation non esercitò una forza così tale da “costringerci” a comprarla. Inoltre gran parte dei giochi arrivava anche per PC (per dire un grande ricordo dei giocatori Playstation è Resident Evil, ma noi a Resident Evil ci abbiamo giocato anche su PC), e quindi, visto che non è che i nostri genitori potevano spendere i soldi a muzzo, o ti compravi PC, o la Playstation, e la risposta dei ragazzi del mio quartiere (con estrema controtendenza rispetto al resto del mondo) fu chiara e precisa: PC.
Inoltre i giochi che iniziavano a interessare a me, avevano tutti una forte componente tastiera+mouse, difficili da riprodurre con un joypad (tipo i gestionali e i giochi di ruolo alla Diablo). 

7) Un grande gioco che portò molti a possedere una Playstation (o una Playstation 2) fu sicuramente (e lo è tutt'ora): Pro Evolution Soccer (PES). Ma io ormai ero un appassionato di FIFA (che invece c'era per PC) e inoltre non ero poi così appassionato di giochi calcistici, quindi su di me non ebbe un grosso effetto.

8) Con l’avvento del primo PC in casa, iniziai a praticare una combo definita (e definitiva): PC + Televisione. Questo influì molto sulle mie scelte di non comprare console, perché se dovevo giocare alla console, non avrei potuto vedere la televisione in contemporanea (lo so che la cosa si poteva risolvere in mille altri modi, ma all'epoca non venneremo mai presi in considerazione).

PS3.
 
Che Playstation abbia avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del videogioco è indubbio, ma non avendo basi per dire altro, chiuderei qui il discorso. Ma forse… avremo uno speciale scritto da un mio amico sulla Play, quindi non disperate.
Preciso non acquistai nessuna delle console Sony, il motivo è forse quello esposto nel punto 6, semplicemente perché i giochi che piacevano a me, erano disponibili (a volte anche esclusivamente) per computer.

La Playstation Portatile (PSP)...

...e la sua erede PSP Vita.


 Lo stesso discorso può essere fatto anche con l’X-Box e le sue evoluzioni. Non arrivarono mai in casa mia, ne ebbi mai stimoli al desiderarle.

X-Box...

e X-Box 360 (pareva brutto lasciarle fuori dal pezzo).


CAPITOLO III – Gli Anni bui di Nintendo.

Precisati i motivi per cui non acquistai nessun'altra console al di fuori di quelle Nintendo, rimangono da colmare gli anni che intercorrono dall’essere fiero possessore (sebben in ritardo) di Super Nintendo a fiero possessore (sebben in ritardo) di Wii.

Avevamo chiuso lo scorso pezzo raccontando che il Nintendo 64 non se lo filò nessuno. I motivi erano riconducibili al fatto che all’epoca l’attenzione era tutta verso i PC.
E visto che funzionava ancora la regola dell’ostaggio, se nessuno aveva il N64, ci toccava giocare solo ai giochi che si comprava da noi (i videonoleggi avevano già smesso di affittare le cartucce, probabilmente perché negli Stati Uniti Nintendo fece causa…) e quindi, vista la nostra velocità bulimica nel “divorare” un videogioco, avremmo passato parecchio tempo ad annoiarci sugli stessi giochi rigiocati mille volte (che non è che si poteva pretendere di comprare un gioco nuovo a settimana. Anche perché, i videogiochi non erano di certo l’unico nostro interesse, c’erano i fumetti, il cinema, e altre cose ancora).

Il design del N64 comunque ha il suo perché.
 
Inoltre, come detto in precedenza, la rivoluzione in 3D non mi convinse parecchio. Ora, usare un termine come “convinse” non è onesto. Diciamo che ebbi proprio un’avversione. All’epoca amavo le cose semplici, e amavo ancora di più i platform. Pertanto un platform in 3D per me era una complicazione inutile e poco divertente. Laddove un Super Mario Kart 64 – che ricordo finimmo  tutte le piste rimanendo per ore al negozio di giocattoli (già, perché all’epoca i videogiochi si vendevano ancora nei negozi di giocattoli) – funzionava bene in 3D, vedere il mio amato Mario in 3 Dimensioni non mi garbava molto. 

Forse all'epoca non eravamo ancora pronti per saltare in 3 dimensioni...
Nintendo aveva iniziato a proporre un nuovo modo di vedere i videogiochi. Se prima (tolti i vari passaggi segreti, che erano più che altro un extra) la struttura dei livelli era impostata in un semplice “vai avanti dritto fino alla fine cercando di non cadere nel buco” ora, con l’avvento di Super Mario 64, si puntò sull’esplorazione dei livelli, a partire fin dall'inizio, con il maxi livello contenitore: il castello della principessa Peach. Il giocatore doveva ancora saltare tra una piattaforma all'altra, ma si doveva anche scovare le varie stelle nascoste. “Un salto” tanto per rimanere in tema, di game play non indifferente, almeno per l’epoca.

Era una passaggio che andava sicuramente assimilato nel tempo. Ma questo richiedeva un gesto di fiducia estremo, cioè comprare la console e adattarsi al cambiamento piano piano. Cosa che non accadde. Visto che nessuno aveva il gioco in casa, si provava al negozio, e quel poco che si provava non convinceva. Già si faceva fatica a farsi comprare le cose che ci piacevano da impazzire, figurarsi comprare qualcosa che, provata al negozio, non ci piaceva. E così l’N64 rimase lontano da noi, e con lui tutti i suoi giochi (alcuni dei quali, come Super Mario 64 e Zelda: Ocarina of Time, recuperai solo recentemente, grazie al servizio di Virtual Console per Wii).

Zelda - Ocarina of Time. Definito da molti il miglior videogioco di sempre (o uno dei). Da noi snobbato all'epoca.

Le cose andarono ancora peggio con il Gamecube, console che mai approdò in queste zone.  Nessuno l’aveva, nessuno ne parlava, i negozi d’elettronica (oltre a sparire pian piano dai quartieri, i negozi di giocattoli avevano smesso di vendere videogiochi) esponevano solo Playstation o X-Box, e quindi non ho memoria di aver mai messo mano su un controller Gamecube. Ora, che sono tornato a giocare nei campi del signore (Miyamoto), so che il Gamecube fu molto apprezzato da chi ne usufrui e tutt'ora oggi è ben ricordato.

Gamecube. La console più misteriosa di Nintendo.

Sul lato Console Portatile anche qui non acquistai mai nessun erede del Game Boy. Ricordo forse un breve interesse per il GameBoy Advance, ma fu cosa di poco impatto.
Nemmeno il rivoluzionario Nintendo DS riuscì a far breccia sul mio portafoglio. Ma all’epoca ero già bel grandicello, e c’avevo ben altre mire sul come spendere i miei soldi.

Game Boy Advance
Nintendo DS.



Diciamo che comunque, dal N64 in poi, ci fu questo lungo periodo in cui persi totale interesse per casa N (e anche per tutte le altre console). Per assurdo i design del N64, del Gamecube e del Game Boy Advance sono i miei preferiti tra le console Nintendo. Ma non si poteva certo comprarli solo per l'estetica. Non mi tenni aggiornato su nulla e ignorai abbastanza tutto quello che fu proposto.

Finché un giorno… fu annunciato il Nintendo Wii… ma di questo parleremo più avanti.

Fine Parte II.

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P.P.S: Anche i commenti sono molto ben accetti ^^ Fatemi sapere la vostra opinione, così anche da vedere cosa raccontarvi nei prossimi pezzi.

martedì 4 dicembre 2012

Le cavallette... soprattutto le cavallette


So che il Blogghe è seguito solo dai poveri samaritani che per farmi un favore si mettono a leggerlo... ma mi ero ripromesso con me stesso di fare almeno un pezzo al giorno, almeno la prima settimana di Blogghe.

Ma... ma... oggi volevo comunque tirare la sola addicendo al fatto che sto preparando ben ben il prossimo pezzo sui Io e i Videogiochi... ma... ma... poi davvero... le cavallette...

No vabbé... ha iniziato a fare bizze il pc... poi sono andato a giocare a calcetto... poi torna, doccia, cena, sistema il pc... e ok, poi potevo iniziare a scrivere qualcosa... ma non è andata così...

ma soprattutto... è colpa delle cavallette!!!


(che in fondo,un pezzo, seppure pezzente e breve, l'ho scritto, no?)
Dai che domani teoricamente (teoricamente) non ho una mazza da fare e vi scrivo bel bello il pezzo dovuto... sempre che non arrivino altre cavallette...

lunedì 3 dicembre 2012

Twilight Struggle - Recensione


Premessa: questa è la prima volta che provo a recensire un gioco in scatola, quindi non sarà una recensione “tecnica”, anzi, sarà molto “de core”.
 
 Ho deciso di recensire questo gioco per due ragioni:
1) come pochi altri (sono un po’ snob sui giochi da tavolo) Twilight Struggle (TS da qui in poi) mi ha colpito subito come idee, e inscimmiato ancora più rapidamente una volta giocato (tanto che si è passato quasi tutto novembre a giocarci con una media di almeno due volte la settimana).
2) mai come ora è il momento giusto per parlarne, dato che c’ho giocato tanto, ho ancora l’entusiasmo e ben in mente tutto quanto.



Twilight Struggle è un gioco di strategia per due giocatori e vede come tema la Guerra Fredda. Un giocatore partecipa per gli USA e un giocatore per la URSS. Il gioco si divide in 10 turni (rappresentanti le vari fasi temporali della Guerra Fredda, il primo è datato appena dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, mentre l’ultimo arriva alla caduta del muro di Berlino), divisi in 7-8 round (dal quarto turno i round aumentano di uno) nei quali le due fazioni devono riuscire a essere più influenti nel resto del mondo, diviso zone, che più o meno rispettano i continenti: Europa, Asia, Africa, Medio Oriente, America Centrale, Sud America.

domenica 2 dicembre 2012

La prestigiosa cerca in nome di quella miscela chiamata Margarita



 Una storia di gentiluomini e osti cani.
 
Questa storia ha inizio tre mesi fa, era una torrida sera di luglio, io ed altri tre moschettieri cenammo gaglioffi al fidato ristorante messicano. Una cena gradevole, con buoni spunti di conversazione e cibo all’altezza della frangente.

Parlando del più e del meno uscì fuori che in molti film e telefilm d’oltre oceano si fa compiaciuto uso di Margarita a profusione.  Cotale miscela si ottiene mescolando il succo dell’esotico frutto verde noto come lime, all’altrettanto esotico liquore messicano chiamato Tequila, il tutto condito da una spruzzata di Triple Sec. Il tutto va versato in un bicchiere contornato di sale, per dare un retrogusto gradevole. Vi sono molte versione di cotale bevanda, alcune, chiamate frozen, prevedono anche l'aggiunta di ghiaccio tritato, ma io la preferisco liscia.



Sia inteso, io e i messeri in mia compagnia non ci siamo mai fatti risparmiare nulla in questo ambito, eppure accadde che i biscazzieri al mio tavolo non avevano avuto mai l’occasione di saggiare cotale bevanda. Mentre il vostro Conte, che in questo ha ormai un’esperienza quindicinale, rimembrava di averla saggiata anni e anni fa, quando le bettole di classe era più profuse nella nostra greve città.

Infatti dovete sapere, cari amici che leggete queste pietose righe, che anno dopo anno i posti dove far gazzara stanno diminuendo a vista d’occhio in questo luogo d’amarezza. Certo sì, qualcuno potrebbe obiettare a questa mi affermazione, ma i fatti sono questi: delle tante locande che il Conte e i suoi compagni d’ambasce frequentavano, rimane poco e niente, se non polvere e lagrime.

Ma lasciamo perdere questa triste digressione, e torniamo al racconto principale. Il vostro Conte ammise di aver saggiato la bevanda in questione, e ricordava che non era mala al gusto, ma che di certo non rientrava nelle sue elette. In quel periodo, per esempio, il vostro narratore preferia il nettare creato dall’illustre signor Ernest Hemingway: il sugo dissetante meglio noto come Mojito.

sabato 1 dicembre 2012

Ready Player One - Ernest Cline



NOTA IMPORTANTE: Visto che è la prima recensione che metto sul blogghe, preciso una cosa: le mie recensioni saranno sempre prive di Spoiler o se ci saranno verranno ampliamente segnalati. Magari un giorno scrivo un pezzo sul mio pensiero sulle recensioni e sugli spoiler. Intanto mi premurava avvisarvi di navigare tranquilli. Ah, e pregherei di comportarvi in egual modo nei commenti.

Premessa: L’idea era di scrivere un pezzo al giorno, almeno nelle prime settimane di vita del blog, ma visto che i pezzi come quello di ieri mi prendono parecchie ore, non credo di riuscire, almeno oggi, a fare nulla. È sabato anche per il Conte.

E quindi oggi, per rispettare comunque i miei propositi, e portarmi avanti con i pezzi dei giorni prossimi, riciclo una recensione scritta da me l’anno scorso e pubblicata solo su Facebook e sul mio forum di fiducia (di cui forse un giorno vi parlerò). La recensione è stata comunque rivista e corretta per il blogghe (e quindi riadattata come se l’avessi scritta oggi) e quindi invece di portarmi avanti, ho impiegato quasi praticamente lo stesso tempo per rifare la recensione.

Ma la recensione di oggi non è una recensione così, messa a caso (cioè potevo mettere la prima recensione, una recensione a caso?), è la recensione di quello che, attualmente (anche di questo parleremo, cioè che io non ho mai delle preferenze assolute ma solo realative al periodo in cui vivo), è il mio libro preferito. Bien, si comincia:


READY PLAYER ONE - ERNEST CLINE

 
Sinossi della trama presa dal retro di copertina (e unici accenni alla trama):
Il mondo è un brutto posto. Wade ha diciotto anni e trascorre le sue giornate in un universo virtuale chiamato OASIS, dove si fa amicizia, ci si innamora – si fa ciò che ormai è impossibile fare nel mondo reale, oppresso da guerre e carestie. Ma un giorno James Halliday, geniale creatore di OASIS, muore senza eredi. L’unico modo per salvare OASIS da una spietata multinazionale è metterlo in palio tra i suoi abitanti: a ereditarlo sarà il vincitore della più incredibile gara mai immaginata. Wade risolve quasi per caso il primo enigma, diventando di colpo, insieme ad alcuni amici, l’unica speranza dell’umanità. Sarà solo la prima di tante prove: recitare a memoria le battute di Wargames, penetrare nella Tyrell Corporation di Blade Runner, giocare la partita perfetta a Pac-Man, sfidare giganteschi robot giapponesi e così via, in una strabiliante rassegna di missioni di ogni tipo, ambientate nell’immaginario pop degli anni ’80, a cui OASIS è ispirato. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, un nuovo classico dell’avventura che presto diventerà un megafilm prodotto da Warner Bros.

Sono entrato in contatto con questo libro casualmente, un anno fa (la recensione base è stata scritta il 28 novembre 2011). Mi trovavo in un negozio del centro (la FNAC) e mi trovo davanti questo libro: Player One (titolo originale Ready Player One, si vede che il “Ready” era troppo per i lettori italiani). In quel periodo, e ancora ora, sono preso male con il mondo dei videogiochi (cioè, come ho spiegato ieri, lo sono da sempre, ma ora sono nella fase proprio retro-nostalgia e inscimmiamento pesante) quindi trovarmi davanti questa copertina pixellosa accese la mia curiosità come un fuoco scatenato da un tacchino fritto in modo sbagliato nel giorno del ringraziamento (tipo così).